In trend positivo i functional food. Anche se…

Il Garante della concorrenza e del mercato si è già ripetutamente espresso sull’ingannevolezza di molte loro campagne pubblicitarie, ma solo una parte di esse e stata esclusa dalle pagine dei giornali e dalle programmazioni televisive. E come se questo non bastasse, dal canto suo l’Efsa (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) ha più volte dichiarato forti dubbi sulle loro decantate proprietà nutrizionali.

Il potere dell’industria è però anche quello di indurre necessità fittizie tra i consumatori, e di inventare prodotti “innovativi”, creare nuovi trend di consumo, basati spesso sul… nulla. O poco più. Quindi, come già negli anni ’90 si assisteva all’invasione di una miriade di prodotti “light”, in nome di un presunto desiderio collettivo di magrezza (uno dei più colossali raggiri ai danni dei consumatori, con i grassi che vengono tolti per poi essere rivenduti in altri prodotti, quindi pagati due volte, ndr), nei primi anni di questo secolo il consumatore è stato sensibilizzato e indotto verso la “necessità” di curarsi a tavola. E di farlo assumendo cibi arricchiti (quindi addizionati) e dalle presunte doti salutistiche: dagli quelli con Omega-3, per lo più latte, uova e margarine (ma adesso anche carne di tacchino!) a quelli con i microrganismi probiotici (il bifidus activus è il più “amato” dagli italiani, ma ne esistono a decine nel mondo),. in genere derivati del latte liquidi, ad altri ancora.

Un mercato che in Italia vale oltre 40 milioni di Euro, che ha registrato nel 2009 un balzo in avanti del 5,6% (dati AcNielsen) e che – a detta degli esperti di mercato – sarebbe destinato a crescere ulteriormente. Un trend attraverso il quale non è difficile leggere una diffusa devianza dei consumi verso un cibo innaturale (con doti “aggiunte”), che offre l’idea di un benessere fisico spesso tutto da dimostrare, attraverso l’assunzione di prodotti che altro non sono che il succedaneo industriale di quanto un’alimentazione naturale e variata potrebbe ancora offrire. Un alimentazione “altra” (non globalizzata e lontana dalle industrie) che di fatto offre a quanti riescano a informarsi, sviluppare una coscienza critica dei consumi e orientare altrimenti le proprie scelte, una reale possibilità di “curarsi a tavola”. Come era prima della zootecnia industriale e dell’agricoltura intensiva.

Dopo tanti apparenti passi in avanti, compiuti in nome di un progresso di facciata, è arrivato il momento di guardarsi attorno e di capire che il “giusto” è alle nostre spalle ma ancora in gran parte recuperabile, e che gli Omega-3 di quel famoso latte industriale hanno ora, finalmente,  un piccolo, straordinario e stimabilissimo antagonista: il Latte Nobile dell’Appennino Campano. Un latte che quei grassi polinasturi li ha per natura, e che, oltre a quelli, ha antiossidanti, beta-carotene e tutto ciò che di buono ha saputo conferirgli un metodo di allevamento estensivo, rispettoso degli animali e dell’ambiente. Un prodotto grazie al quale decine di microrealtà allevatoriali stanno per garantirsi un futuro dignitoso, dopo essersi svincolati dalla morsa delle centrali del latte che affamano i piccoli alleavatori (la forbice tra prezzo del latte alla stalla e prezzo di vendita è di oltre un euro al litro).

Chi abbia la fortuna di abitare a Napoli e in Campania potrà, a partire dal 1° marzo prossimo e per un mese (cliccare qui per il programma delle degustazioni), togliersi lo sfizio di conoscere il Latte Nobile, un prodotto che, pur venendo da una zootecnia legata al passato, guarda fortemente al futuro, e che se guidato bene in una sua non improbabile diffusione nazionale e sovranazionale potrà spianare la strada verso la rinascita (silenziosa, senza troppa pubblicità a sostenerlo) di un settore che sino a ieri pareva essere piombato nel buio più assoluto.

25 febbraio 2010