C’è un Alto Adige che ancora non sa raccontare il proprio buon latte

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Strano davvero il mondo del “latte fieno”: nel suo principale bacino di produzione – che include gran parte della Baviera, dell’Austria, del Sud Tirolo – sino a pochi decenni fa si chiamava semplicemente latte, ed era, com’è sempre stato, un latte da fieno (un fieno in genere migliore di altri, grazie a più evolute tecniche d’essiccazione, ndr) in inverno e da erba sfalciata o da pascolo in estate, con qualche integrazione di concentrato (leguminose e cereali) più o meno modesta.

Alla fine del secolo scorso, con l’avvento delle stalle intensive e delle mega-latterie, la necessità di distinguere il “latte d’un tempo” dal “latte moderno” si è pian piano manifestata, in un mondo che ancora resiste, vivo e vitale, e laddove la buona cultura contadina non è stata gettata alle ortiche, come accaduto altrove.

Si presenta così, come tanti altri formaggi di quella provincia, il “Formaggio del Contadino” della Latteria Tre Cime Mondolatte di Dobbiaco

È così accaduto che, dopo anni di impegno e lavoro, di documentazioni e carte bollate, nel marzo del 2016, il marchio di protezione Stg (Specialità Tradizionale Garantita) fu registrato a Bruxelles per la denominazione Heumilch (latte fieno). Un passaggio rilevante al fine di valorizzare e distinguere il buon latte di quel bacino produttivo da un latte globalizzato, o “dei mangimi”, che in quei territori aveva pur trovato i propri acquirenti (senza però convincere molto: a differenza di quanto accade altrove, il barista altoatesino che prepara un cappuccino con latte industriale, in genere sa che quello non è un buon latte, ndr).

Una comunicazione non all’altezza del prodotto

Ora però, nel contesto di una realtà che ci si augura possa arrivare ai consumatori del resto d’Italia più di quanto accada, colpisce – assai negativamente – la qualità del racconto che una parte dei produttori altoatesini veicola in direzione del mercato di lingua italiana. Sarà forse per una lingua mai abbastanza buona (molte traduzioni sono palesemente “fatte in casa”, ndr), o per la difficoltà di raccontare in italiano ciò che si pensa in tedesco, fatto sta che i messaggi circolanti risultano spesso goffi, per non dire poco rispettosi dell’intelligenza dei destinatari.

Una narrazione che palesemente sconfina, seppur di tanto in tanto, oltre l’oggettività del prodotto non è una buona narrazione, e non farà del bene alla merce che si vuole vendere. Leggere in questi giorni – da giornali del settore alimentare(!) e dal sito del produttore, la Latteria Tre Cime Mondolatte di Dobbiaco – di un “latte puro” relativamente ad un “formaggio del contadino” fatto in una latteria cooperativa, lascia più che perplessi. E questo perché né il formaggio è onestamente denominabile “del contadino” (un po’ di fantasia: trovategli un altro nome!) né il latte da cui proviene è puro.

Già che la “purezza” non è ascrivibile neanche all’acqua minerale di alta quota che ha per testimonial l’ex alpinista Reinhold Messner (facciamo le analisi e qualcosa di “impuro” la troveremo senz’altro, ndr), è ancor più probabile, ovvero sicuro, che non lo sia un liquido che sgorga dalle mammelle di animali. Davvero no, assolutamente no.

Si può capire, certo, che nell’ambito del racconto promozionale (comunicati stampa, siti web aziendali) e della pubblicità si enfatizzino i concetti, ma questo non autorizza nessuno a sconfinare nelle inesattezze, soprattutto quando esse sono parenti strette della menzogna.

Se è vero com’è vero che “il latte fieno proviene da animali allevati con metodi tradizionali e sostenibili che, in particolare, non prevedono la somministrazione di alimenti fermentati (insilati)”, qualche buon argomento – la sostenibilità – c’è per costruire una narrazione efficace. E allora, perché non utilizzarlo?

Se è altrettanto vero che “l’alimentazione degli animali varia durante le stagioni: in estate mangiano principalmente foraggio fresco (erba, leguminose, specie erbacee fresche e parte di fieno essiccato), mentre in inverno sono nutriti con foraggi essiccati”, perché non raccontarlo ai consumatori, aiutandoli ad accrescere la loro consapevolezza?

E ancora, se “è vietato”, com’è vietato, “l’impiego di animali e mangimi geneticamente modificati” qual è il motivo per cui non aggiungere anche questa informazione – e altre, ma corrette – indirizzandola all’utente finale?

7 settembre 2020