Report e il latte: non chiamatelo giornalismo d’inchiesta

Una nuova stagione di Report (2016/17) si è avviata, lunedì scorso, 10 ottobre, e ha portato con sé diverse sostanziali novità, due delle quali si evidenziano tra tutte: l’annuncio dell’uscita di scena di Milena Gabanelli (che nel commiato ha detto, riferendosi alla trasmissione «È la cosa più bella che ho fatto dopo mia figlia») e l’esordio di “Indovina chi viene a cena”, nuovo contenitore dedicato all’agroalimentare che in questa prima puntata ha fatto da apripista (21:05) alla tanto discussa prima puntata (21:30) della nuova programmazione di Report, dedicata al servizio sul “Bio illogico“, firmato da Bernardo Iovene.

(tutte le immagini dell’articolo sono tratte da “Indovina chi viene a cena” – RaiTre©)

E “Indovina chi viene a cena” ha esordito con una puntata messa in onda stranamente senza titolo (è apparsa la sola dicitura “un programma di Sabrina Giannini”), dedicata al mondo del latte. O, per meglio dire, alle mostruosità che l’industrializzazione di esso ha portato negli allevamenti, nelle manifestazioni fieristiche, nelle produzioni dei suoi derivati, sulle tavole e nell’alimentazione dei nostri giorni.

Una scena da uno dei concorsi per le ''vacche con le tette più grosse''A noi, che di latte ci occupiamo da diversi anni – e ai nostri lettori più assidui – la trasmissione non ha portato nessun nuovo elemento eclatante, riproponendo fatti accaduti anche oltre un anno fa (spaccio di somatotropina nel bresciano), notizie ormai acquisite da lustri (circolazione di cagliata estera nei caseifici industriali) e qualche considerazione del professor Franco Berrino già ampiamente disponibile sul web (molti i video sul latte presenti su YouTube da anni).

Una scena da uno dei concorsi per le ''vacche con le tette più grosse'' Unico apprezzabile passaggio, a nostro avviso, quello che ha mostrato in tutta la sua crudezza il mondo delle competizioni delle vacche più belle (toelettate e infiocchettate sino al ridicolo) e più produttive (mammelle non munte per apparire il più possibile gonfie, impacchi di ghiaccio e medicinali per lenire il dolore delle povere bestie). A differenza di molti altri settori, primo fra tutti quello del vino, che da anni comunicano la strada del “poco e buono” quello del latte (industriale) non sa far altro che insistere sul “tanto e più di tanto”, come se il concetto di “quantità” non fosse in antitesi con quello di “qualità”.

Il Professor Franco Berrino. A lui sono state poste molte domande, tranne quella sul "latte senza vacca". Chissà perché?Ogni settore – quello più, quello meno – ha senza ombra di dubbio le sue bruttezze, le sue criticità, i suoi eccessi, e quello del latte (industriale) è palesemente in cima alla lista delle distorsioni e sinanco delle mostruosità (per come gli animali sono stati asserviti, senza alcun rispetto, alla logica dei numeri). Ma se da un canto la denuncia giornalistica è doverosa, da un altro il mondo del latte ha bisogno di uno sguardo più distaccato per essere compreso e raccontato nella sua interezza.

Un giornalismo che si è dimenticato dei consumatori
Le vacche dell'erba esistono, in montagna e in pianura. E fanno ancora un ottimo latte. Peccato che la trasmissione non ne abbia voluto parlarePerché non tutto è spinto e industriale, in questo settore e non dovrebbe essere difficile scoprirlo (soprattutto se si è giornalisti d’inchiesta) e comprenderlo, perché di vacche che producono 15 litri al giorno e vivono una buona vita per altrettanti anni (almeno) ne esistono davvero tante, in molti piccoli e medi allevamenti (si pensi solo alle razze Podolica, Rendena, Bruna Alpina, Cabannina, e chi più ne ha più ne metta) e per mille altre ragioni per cui una zootecnia estensiva, ecosostenibile e umana esiste e ha bisogno di essere raccontata. Per sé stessa (che non se la passa poi bene, schiacciata da generalizzazioni e interessi pelosi) e per i consumatori che vogliono capire e uscire con le proprie scelte dalla morsa dell’industrializzazione.

Ad un primo esame, a caldo, la puntata ci aveva semplicemente deluso per la sua palese incapacità di dare il necessario segnale di speranza, senza indicare una strada che c’è. Un segnale che si agganciasse alle parole del Professor Berrino, che in due passaggi almeno dell’intervista aveva dato il “la” ad un possibile approfondimento, verso quel “latte di ieri” che il professore nomina e che ancora esiste, verso il latte delle «mucche che mangiano erbe selvatiche di montagna» (ma anche di pianura, a guardar bene, se si vuole abbandonare la sterile retorica), che sul mercato non è impossibile da trovare. E che, come ben sottolinea lo stesso Berrino, ha proprietà salutistiche note e comprovate, dal «Cla (Acido Linoleico Coniugato)» agli Omega3, alle vitamine, agli antiossidanti.

Tecniche di distrazione di massa
La convention per la presentazione del "latte senza vacca", l'ultima invenzione dei nuovi poteri del biotech a cui il popolo vegano sta guardando con crescente interesseBene, anzi male, perché nell’accingerci a scrivere questo pezzo, abbiamo voluto rivedere la puntata, dall’inizio alla fine. E così facendo abbiamo colto quello che ad una prima fruizione ci era sfuggito, vale a dire una costruzione “a sandwich” che mal si congegna con il buon giornalismo d’inchiesta. Vale a dire che io giornalista prima ti calo nel tema proponendoti un suo aspetto apparentemente casuale, oltre che leggero (la squadra di football vegana di quartultima serie, in Inghilterra), poi ti porto nel mondo degli orrori (la zootecnia industriale) e infine chiudo con il mio “segnale di speranza”, un segnale del tutto arbitrario oltre che tutto da dimostrare: dagli Usa arriverà il “latte senza vacca”. Come se le proteine, i grassi e soprattutto i nutrienti utili (Cla, Omega 3, etc.) del vero buon latte potessero trovarsi in una bevanda di origine vegetale.

Che dire? Menomale che Berrino era già “andato”. Altrimenti questa visionaria conclusione non sarebbe restata in piedi che per qualche brevissimo istante.

17 ottobre 2016

Per vedere la prima puntata di “Indovina chi viene a cena” (20′), cliccare qui

(tutte le immagini dell’articolo sono tratte da “Indovina chi viene a cena” – RaiTre©)