Grana Padano e lisozima “scappato” (dalle etichette): la protesta si allarga e crea clamore

foto Pixabay©A volte la perseveranza paga: a forza di insistere, di battersi affinché la verità e la giustizia si affermino, il tamtam mediatico prodotto da alcune testate giornalistiche (tra cui la nostra, leggi qui e qui) e in particolar modo da alcuni quotidiani reggiani, ha portato i primi risultati. Stiamo parlando dell’inqualificabile vicenda che - nel silenzio assordante mantenuto per mesi da tutti i media nazionali - ha portato al declassamento del lisozima da conservante a coadiuvante tecnologico, per il solo Grana Padano (perché mai solo per quello, se quel conservante è utilizzato in tutti i formaggi prodotti da animali alimentati a silo-mais fermentato?).

 

Una decisione quella del declassamento “su misura”, operato in esclusiva per il consorzio di tutela di Desenzano del Garda, che oggi mette sul banco degli imputati il Governo Gentiloni e la tanto discussa ministra della Salute Lorenzin (la ministra senza laurea). Una “cortesia” palesemente indifendibile fatta da un governo morente secondo la vecchia logica per cui ai poteri forti non si può dire di “no”, nella convinzione che gli italiani siano tutti tonti, decerebrati e senza spina dorsale. Ma stavolta la vecchia logica non ha funzionato: il muro di complice silenzio della stampa nazionale ha retto alcuni mesi. E poi si è rotto, palesando, con le sue macerie, una squallida vicenda, con non poche e gravi conseguenze, a molte dei quali (i danni per i consumatori, a cui viene negato il diritto di leggere che lì dentro c'è un conservante, e quelli per i produttori di Parmigiano Reggiano, tanto per dirne due) qualcuno ora dirà che non avrebbe mai pensato.

 

   Stavolta quindi il piano truffaldino pare destinato a saltare, in primo luogo perché costruito sulle sabbie mobili, laddove nessun Ministero (né agricolo, né tantomeno della Salute) di uno Stato membro può decidere alcuna modifica ad un disciplinare di produzione Dop (o Igp o Stg). In secondo luogo perché la risonanza che la vicenda sta assumendo cresce di ora in ora, passando dalla cronaca locale (reggiana) e specializzata (la nostra) a quella regionale, grazie all’articolo intitolato “Un “regalo” al Grana Padano danneggia il Parmigiano Reggiano” (articolo a pagamento, riservato agli abbonati), pubblicato l’altroieri, sabato 15 dicembre, sulla Gazzetta di Parma.

 

In tutto questo appare tutt’altro che marginale il fatto che gli argini mediatici abbiano rotto proprio nella provincia del presidente del Consorzio di Tutela del Parmigiano Reggiano. Nicola Bertinelli, che da tutta questa vicenda sta raccogliendo dissenso e malumore per l’atteggiamento dimostrato in questa vicenda, palesato in “un’azione di contrasto”, dice la base produttiva del Parmigiano Reggiano, che si è mostrata “tardiva e senza nerbo”.

 

In sostanza, quella operata dal Ministero della Salute nell’aprile scorso, è stata un’operazione compiuta in barba ad alcuni dei fondamenti della legislazione agricola europea, che per i prodotti tutelati da un marchio di protezione prevede che il Ministero dell’Agricoltura (giammai quello della Salute) avanzi motivata e documentata richiesta alla Commissione Europea, e attenda nei tempi e nei modi stabiliti una pubblica risposta (con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale Europea), nel rispetto della massima trasparenza, sulla decisione di merito.

 

Nella lettera aperta del sindaco di Berceto, apparsa sulla Gazzetta di Parma di sabato scorso, 15 dicembre, il ''regalo'' della ministra Lorenzin al Consorzio di Tutela del Grana Padano esprime bene i gravi contraccolpi che la vicenda rischia di portare ai produttori di Parmigiano Reggiano di montagnaTra le molte prese di posizione circolate sulle pagine dei giornali in questi giorni brilla quella di Luigi Lucchi, sindaco di Berceto, cittadina dell’Appennino Parmense (qui in foto), apparsa sulla Gazzetta di Parma sabato scorso 15 dicembre. Lucchi denuncia a chiare lettere, argomentando assai bene il danno che una siffatta vicenda porterà non solo ai produttori di Parmigiano Reggiano, bensì all’intera economia delle Terre Alte, già sufficientemente penalizzate da questioni “interne” (il peso dei grandi caseifici di pianura e dei commercianti “big”, che fanno il bello e il cattivo tempo, tanto per dirne due) ed “esterne” (la politica commerciale della Gdo, il posizionamento degli “altri grana” in prossimità del "re dei grana" negli scaffali dei supermercati, etc.).

 

Due contributi giunti alla nostra Redazione, che volentieri pubblichiamo

Concludiamo dando spazio a due lettere aperte ricevute dalla nostra Redazione a seguito della pubblicazione (26 novembre scorso) dell’articolo “Lisozima nel Grana: la base del Reggiano contesta Bertinelli”. Una è di un produttore storico reggiano, Lorenzo Fanticini, dell’azienda agricola Il Tralcio, l’altra dell’avvocatessa Rossella Ognibene, che ci scrive per conto della dottoressa Stella Borghi, presidentessa dell’associazione “Amici della Terra - Club di Reggio Emilia”. Ai nostri lettori l’augurio di buona lettura dei loro contributi:

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Da Lorenzo Fanticini riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

Lisozima, scandaloso favore al Grana Padano

 

Domande imbarazzanti a Lorenzin, Delrio, Coldiretti, Cia, Coop, Confagricoltura etc. etc., di Lorenzo fanticini, agricoltore

 

11 dicembre 2018 - Il mio mestiere di agricoltore e il mio cognome (piuttosto antico nel mondo del Parmigiano-Reggiano) mi impongono, per questioni anche affettive, di intervenire con alcune semplici domande sulla gravissima questione del lisozima, declassato da *conservante*  a “*coadiuvante tecnologico*” nella produzione del Grana Padano, rendendo superflua la dicitura “CONSERVANTE” nell’elenco degli ingredienti.

 

Una confezione di Lisozima, conservante battericida

1.    L’ex ministro Lorenzin, già eletta nel collegio di Modena (il cui territorio provinciale è integralmente rientrante nella zona di produzione del Parmigiano-Reggiano) quando ha emanato l’8 maggio scorso la nota n. 19335 sapeva che avrebbe danneggiato il fiore all’occhiello della produzione agricola dei suoi elettori? O non ci aveva pensato? Ma non erano loro i “competenti”?

2.    L’ex ministro Delrio, già sindaco di Reggio ed eletto nel collegio di Reggio, non ha pensato di intervenire per spiegare alla sua collega di Governo che declassare il lisozima da CONSERVANTE (quale è) a semplice ingrediente avrebbe potuto innescare un danno gravissimo a larga parte del suo elettorato e del tessuto economico del suo territorio? E cosa ne pensa adesso?

3.    La Lega, che nelle regioni del “Padano” riscuote così tanto successo, come si pone di fronte al problema? Cosa intende di preciso con “L’origine delle materie prime in etichetta è un atto doveroso nei confronti del consumatore e, soprattutto, una leva economica e un fattore di competitività importanti per gli operatori italiani” (pagina 26, programma elettorale Lega-Salvini Premier)? Ciurla nel manico o prende una posizione? Lisozima è CONSERVANTE (tutela del Parmigiano-Reggiano) o  INGREDIENTE (regalo commerciale al Grana Padano)?

4.    Assuero Zampini(1), batti un colpo! Cosa ne pensa Coldiretti? Non si parla di Diga, ma sarebbe carino un intervento.

5.    CIA e Antenore Cervi(2), battete un colpo!

6.    Confagricoltura, battete un colpo!

7.    Legacoop, Confcoop… state ancora lavorando per il Consorzio Unico? Che posizione prendete sulla questione Lisozima?

 

Produzione del Grana Padano

Per tutti, nessuno escluso: spiegate bene cosa intendete per “Tutela delle Produzioni tipiche”, visto che in tutti i vostri programmi elettorali vi siete prodigati per inserire questo paragrafetto, tanto pieno di buone intenzioni quanto vuoto di reali proposte.

 

(la famiglia Fanticini ha ininterrottamente prodotto Parmigiano-Reggiano per 4 generazioni).

 

In fede,

Lorenzo Fanticini

 

(1) presidente Cia Reggio Emilia

(2) direttore Coldiretti Reggio Emilia

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Dall’avvocatessa Rossella Ognibene, che ci scrive per conto della Dr.ssa Stella Borghi, presidentessa dell'Associazione "Amici della Terra - Reggio Emilia", riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

Amici della Terra - Reggio Emilia

14 dicembre 2018

 

Oggetto: Lisozima e impatto sulla produzione del Parmigiano Reggiano oltre che in tema di qualità ambientale

 

Il lisozima non è più un conservante, secondo le disposizioni del precedente Governo, che oggi consentono che sull’etichetta del Grana Padano venga omessa indicazione di tale prodotto, non più definito come “conservante”.

 

Non è notizia di poco rilievo per i rischi politico-economici di ciò che potrebbe essere effetto ultimo di questa scelta del precedente esecutivo.

 

I possibili riflessi, anche ambientali, della scelta di escludere il lisozima dalla definizione di “conservante” non sono da sottovalutare. E hanno riflessi anche sul comprensorio di produzione del Parmigiano Reggiano.

 

Partiamo dall’esame degli aspetti tecnici del lisozima che - secondo le recenti normative approvate dal precedente Governo - non sarebbe più da considerare quale “conservante”.

 

L'uso degli insilati/silomais nell'alimentazione delle bovine nel comprensorio del Grana Padano (alimentazione meno costosa e più pratica di quella utilizzata per la produzione del Parmigiano Reggiano, rappresentata almeno per il 50% da fieni provenienti da prati stabili o da erba medica) fa sì che i microbi sporigeni contenuti nel latte (e derivati dagli insilati) arrivino nel formaggio facendolo fermentare (e quindi gonfiare!) già nei primi giorni di stagionatura.

 

Per evitare questa fermentazione anomala e dannosa, il disciplinare del Grana Padano ammette l'uso di antifermentativi durante la cottura della forma in caldaia; tale pratica è invece assolutamente vietata dal disciplinare del Parmigiano-Reggiano, dato che è bandito, a monte, l’utilizzo di insilati nell’alimentazione delle bovine, con gli indesiderati microbi sporigeni.

 

Arriviamo ora ai riflessi di carattere ambientale per i quali vogliamo fare presente la nostra preoccupazione.

 

È noto che la coltura del mais alla base degli insilati porti alla monocoltura, all'impoverimento della fertilità del terreno e quindi ad aumenti progressivi di concimazioni chimiche e uso di diserbanti/farmaci per prevenire patogeni (piralide, ecc..) e inerbimento interfilare; la coltivazione del mais porta altresì alla richiesta di irrigazione continua e abbondante, oltre al rischio di muffe (aflatossine - cancerogene) che si sviluppano sul chicco e arrivano fino nel latte, quindi nel formaggio.

Come ricordato, il Parmigiano Reggiano invece chiede solo erba fresca e fieni da prati stabili o medicai che hanno bisogno di meno acqua rispetto alla coltura del mais.

 

La produzione del Parmigiano Reggiano, inoltre, ha fino ad oggi costituito valido sostegno all'economia agricola montana; al contrario, il passaggio alla produzione di Grana Padano non sarebbe evento sostenibile per la zona montana in quanto il costo di approvvigionamento alimentare sarebbe insostenibile: infatti il mais non è coltivato in Appennino, dove non si può irrigare.

 

Questo "silenzio assordante" sul caso lisozima da parte delle varie associazioni agricole, ovviamente del Consorzio del Grana Padano, e un tardivo interessamento del Consorzio Parmigiano Reggiano, lascia increduli.

 

Eppure l’impatto della novità introdotta dal precedente Governo determina riflessi economici che assumono valori di scala industriale:

  • l'uso del lisozima renderebbe omogeneo tutto il latte lavorato, annullando a priori il pericolo di scarti di lavorazione. Ma non è uno scenario privo di rischi di eventi illegali, perché potrebbero inserirsi fatti illeciti connessi ad aumento di importazioni di latte estero a costi minori; i riflessi per l’economia locale sarebbero devastanti perché si potrebbero prefigurare chiusura delle stalle e delle attività familiari e/o medio/piccole
  • la produzione del Grana Padano è di proprietà quasi totale di industriali privati che hanno latterie e stalle di notevoli dimensioni. Se da un lato aumenteranno tali dimensioni per ottenere ottimizzazione dei costi, dall'altra potrebbero verificarsi rischi di iniziative di esternalizzazione di produzione.

L’impatto ambientale certamente sarà peggiorativo sia per la monocoltura che diverrà dominante sia per il connesso aumento massiccio dell’uso della risorsa limitata rappresentata dall’acqua. Ma, in futuro, non meno importante sarà l’impatto sull’economia locale che ancora in massima parte è rappresentata da piccole e medie attività di allevamento finalizzato alla pregiata produzione del Parmigiano Reggiano.

 

Invitiamo dunque tutti gli attori istituzionali di questa filiera ad una attenta riflessione in ordine agli scenari che si stanno prefigurando.

 

Amici della Terra  Club di Reggio Emilia

per il Presidente Stella Borghi

il legale incaricato Avv. Rossella Ognibene

 

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17 dicembre 2018

 

Commenti (1)Add Comment
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scritto da Redazione Qualeformaggio.it, gennaio 15, 2019
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