Ai confini della realtà spunta la truffa degli enti pubblici

foto di Michele Corti - www.ruralpini.itDietro a quella che si presenta come la più grande e clamorosa truffa del mondo del latte del nostro Paese ci sarebbero due enti pubblici: l’Agea (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura) e l’Izs (Istituto Zooprofilattico Sperimentale d’Abruzzo e Molise) di Teramo. A darne notizia, l’altroieri è stato Il Fatto Quotidiano con l’articolo “Mucche fantasma per latte reale”, in cui si racconta un marchingegno di mistificazioni tali – tutte appurate dai Carabinieri dei Nac in mesi e mesi di indagini – da rimanere di sasso . Una storia tanto scomoda da non essere stata rilanciata ancora da nessun altro organo di stampa nazionale.

In sostanza, per giustificare agli occhi dell’Unione Europea la produzione annua di latte comunicata, i dati sono stati taroccati dichiarando un numero di capi in eccesso, che per di più superano ogni verosimile aspettativa di vita di una vacca, arrivando all’età media assai poco credibile di 83 anni. In sostanza, attorno alla “necessità” di dichiarare una realtà di più cospicue dimensioni, racconta il quotidiano diretto da Antonio Padellaro, si è venuta a creare “una girandola di favori, appalti e truffe per miliardi di euro legati alla gestione delle quote latte e ora al vaglio della procura di Roma”.

Dal documento dei Nac di cui il giornale è venuto in possesso emergerebbe il ruolo chiave che il capo gabinetto del Ministero dell’Agricoltura Giuseppe Ambrosio avrebbe avuto nella vicenda. Un personaggio, Ambrosio, che avrebbe svolto un ruolo centrale in varie attività di rilievo sempre nell’ambito dell’erogazione dei fondi europei per l’agricoltura, già nel corso della gestione Alemanno.

A detta del quotidiano, il sistema delle mucche fantasma vede direttamente coinvolti ”Agea e Izs di Teramo, istituto che gestisce l’anagrafe bovina e deve verificare la correttezza dei dati sui capi forniti dagli allevatori per il conferimento dei premi Pac (fondi europei)”. È così che i due entri “si organizzano” nel “tentativo, riuscito, di addivenire a un numero di capi tale da poter giustificare il livello produttivo nazionale”, “alzando l’età massima dei bovini da 120 a 999 mesi. Fino cioè a 83 anni”. Lo spostamento, continua il Fatto Quotidiano, “consente di aumentare il numero di capi di circa 300 mila unità, pari a oltre il 20% dell’intera popolazione bovina a indirizzo lattifero”.

Una grande mandria di vacche fantasma, quindi, che “producono” 110 milioni di quintali di latte, a copertura di un traffico di latte che sarebbe – suppone il giornale – latte in polvere proveniente dall’estero, con cui verrebbero così raggirati una parte dello Stato, Unione Europea, allevatori onesti e consumatori. “Un surplus”, racconta l’articolo, che sarebbe “fra l’altro dannoso da dichiarare perché comporta lo sforamento alla produzione concessa dalla Ue all’Italia e costringe il Governo a vedersi trattenere gli incentivi agricoli e a dover anticipare le sanzioni che poi vengono recuperate con le multe per le quote latte agli allevatori”.

Sanzioni che nel tempo hanno raggiunto la cospicua cifra di 4 miliardi di euro, portando gli investigatori a supporre che “alcuni soggetti – persone fisiche o giuridiche (produttore, associazione sindacale ovvero funzionari Agea) – abbiano potuto percepire indebitamente finanziamenti comunitari”. Considerazioni di fronte alle quali una relazione investigativa del 2003 appare ora in tutta la sua lucida chiarezza: “Sono state verificate ed appurate condotte irregolari da parte di determinati soggetti della filiera – ben individuati e individuabili – tese a conseguire illegittimi vantaggi economici sia diretti, in termini di elusione delle sanzioni connesse all’esubero rispetto alle quote assegnate, sia indiretti, in termini di evasione fiscale connessa alla mancata fatturazione”.

Ma in sostanza, chi ci guadagnerebbe da tutto questo? Ancora non è dato saperlo, essendo le indagini ancora in corso. Fatto sta che i Carabinieri del Nac descrivono “un quadro di sorprendente e diffusa mancanza di rispetto e non ottemperanza alle normative di settore che, attraverso condotte omissive e dolose” avrebbe portato “all’alterazione di un intero settore dell’economia nazionale, con ripercussioni anche a livello Comunitario”.

Una situazione, a quanto pare, che risulterebbe essere rimasta insabbiata sin quando Luca Zaia non andò a ficcare il naso nella cronicizzazione del fenomeno delle multe latte. E che ora passerà di mano al neoministro Saverio Romano, con la discreta ma efficace pressione di un corpo investigativo che ha coinvolto sinora la bellezza di trentadue Procure della Repubblica.

Una storia di fronte alla quale la vicenda del prezzo del latte e gli splafonatori che si ostinano a non pagare potrebbero avere due eloquenti quanto inattese ragion d’essere non ipotizzabili prima d’oggi.

2 aprile 2010

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