Il paradigma caseario sardo: industria brigante, politica zerbino

  La vicenda sarda è la miglior risposta a quanti abbiano accusato nel tempo la nostra testata di essere esageratamente contro il sistema industriale. Noi oggi ci esponiamo ulteriormente dicendo che non si potrà mai essere “troppo” contro il sistema industriale, allo stesso modo in cui il sistema industriale ha una visione a senso unico che supera il buonsenso, il rispetto della dignità umana, il diritto di sopravvivenza. E il presidio del territorio, la biodiversità, il ricambio generazionale e il futuro dei giovani allevatori e pastori. Perché è questo sotto gli occhi di tutti ormai e che in pochi riescono o vogliono cogliere.

Sei anni fa avevamo parlato di “tracotanza spavalda“, denunciando ai nostri lettori lo scandalo della Lactitalia, l’azienda impiantata dai fratelli Pinna in Romania con larga disponibilità di soldi pubblici (italiani). Oggi, dopo che anche troppa acqua è passata sotto i ponti senza che nulla accadesse, e dopo che sul terreno delle mezze verità era stato sparso anche del falso (uno dei fratelli Pinna, poco importa quale, aveva dichiarato alla redazione di Report, la trasmissione di Rai Tre Rai di non importare quei formaggi in Italia), ecco che la vicenda viene interpretata dalla Regione Sardegna attraverso le dichiarazioni rilasciate giovedì scorso 16 giugno dall’assessore all’agricoltura Elisabetta Falchi. Dichiarazioni che rappresentano un campionario di argomenti largamente censurabili e un’occasione persa per mettere sul tavolo le vere problematiche del comparto.

Si è detto da più parti, e per spezzare una lancia in favore di un indifendibile Pierluigi Pinna (che aveva parlato della superiorità del latte ovino rumeno, leggi qui), che in qualche modo la teoria dell’industriale ha i suoi perché, e si è parlato – ancora una volta – di una qualità del latte legata a grassi e proteine. Nessuno che abbia detto che nel latte, se vogliamo parlare di qualità reale, va cercato anche dell’altro. A nessuno importa – è evidente – la salute dei consumatori né la qualità reale del prodotto. Nessuno ha parlato di latte crudo, no davvero. Perché in questo anche i politici, le confederazioni agricole, i media, sono tutti e da troppo tempo – coscienti o meno – schierati con le industrie. E al servizio delle industrie.

La “normalizzazione” è così compiuta: il latte di cui si parla in questi giorni – rumeno o sardo che sia – è un latte di animali che potrebbero essere alimentati tanto ad erba quanto a mangime (ma la qualità la danno l’erba e il fieno): tutti hanno alluso o parlato di competitività, di mercato globale, di prodotto locale. E qui sta il punto: un prodotto è locale solo se lega la propria essenza al territorio. È davvero sardo non di certo se arriva dal mangime ma se proviene dall’erba, dai pascoli, dai buoni fieni polifiti.

Troppo all’acqua di rose è apparso l’intervento della Falchi, quando parlando della truffa ordita dai Pinna (perché di truffa si tratta: i trasportatori fermati in Toscana sono stati multati, leggi qui) ha avuto l’ardire di affermare che «non è compito dell’assessore all’agricoltura interferire o stigmatizzare la legittima (legittima?) scelta operata da imprenditori sardi, peraltro con un percorso professionale prestigioso e determinante (condizionante?) per lo sviluppo del mondo agro-pastorale sardo». E invece diciamo noi – e così è – che è compito della politica regionale tutelare la propria cittadinanza – siano essi pastori o consumatori – di fronte all’abuso, alla mistificazione e al falso. In un altro Paese un presidente di una Confindustria provinciale coinvolto in uno scandalo del genere avrebbe dato le dimissioni. Qui no: qui c’è l’assessore che fa un passo indietro e se ne lava le mani, o che per meglio dire – parlando di “legittima scelta” e di “percorso professionale prestigioso” – avalla l’illecito e sottoscrive un iter professionale e imprenditoriale che almeno negli ultimi sei anni è stato macchiato di gravi e palesi responsabilità.

“Imprenditori che” – riprendiamo le parole della Falchi, «decidono di delocalizzare alcune loro produzioni e fare investimenti all’estero senza che venga violata alcuna norma nazionale o comunitaria», aggiunge la titolare dell’assessorato all’agricoltura regionale. «A fronte di questo, però», prosegue la Falchi, «è mio dovere intervenire a difesa dell’enorme sforzo fatto dalla Regione, per il tramite delle Agenzie agricole e delle Associazioni Allevatori, e dagli stessi pastori che hanno dedicato anni di lavoro per migliorare i loro sistemi di lavoro e produzione» – ed ecco qui un’altra mistificazione, perché la “modernità” in Sardegna ha portato razze spinte e pecore nei capannoni, togliendole dal pascolo – «e far raggiungere al latte ovino prodotto nell’isola standard di assoluta eccellenza». Falso anche questo: se è vero forse che il latte può essere migliorato rispetto agli anni scorsi in quanto a grassi e proteine è anche vero che i micronutrienti “nobili” (Cla, Omega 3, betacarotene, vitamine) la Sardegna se li è in gran parte giocati sulla spinta esercitata dall’industria per elevare le capacità produttive della filiera regionale.

Come se ciò non bastasse, l’assessore chiama in causa anche l’Agris, l’Agenzia regionale per la Ricerca Applicata e l’assistenza tecnica in agricoltura di Sardegna, quando dice che «il dottor Pinna non ha torto parlando della qualità casearia del latte in termini di contenuto di grassi e proteine». «Le ricerche realizzate da Agris», ha aggiunto la Falchi, «dimostrano che oggi è possibile selezionare animali che producano più grasso e proteina senza perdere in quantità. Ma occorre creare un sistema di pagamento del latte a qualità che valorizzi adeguatamente questi aspetti e induca gli allevatori a privilegiare l’allevamento di animali con queste caratteristiche». Tutte tesi, è evidente, che poggiano sulla visione distorta (prendere in esame i soli grassi, proteine, carica batterica, cellule somatiche, mentre la vera qualità si fa guardando il profilo acidico dei grassi e gli antiossidanti, ndr) che l’industria ha imposto ad ogni interprete della filiera lattiero-casearia, tutte tesi che andrebbero smantellate in favore di una qualità reale.

Creare un Organismo Interprofessionale, come ha sostenuto la Falchi, non ha alcun senso e alcun valore. E non sposta di molto le sorti del comparto. Tutti gli attori che ne farebbero parte hanno talmente interiorizzato le “ragioni” dell’industria – i pastori stessi, trasformati in larga parte in allevatori “da stalla” – da non vedere più la sostanza delle cose. Purtroppo la verità è questa: c’è sempre meno Sardegna nei formaggi sardi, e non perché un imprenditore con la patente da Brigante (uno dei formaggi più noti prodottidai Pinna a Thiesi, nel sassarese, ndr) porta formaggi rumeni in Sardegna o altrove facendo credere che siano sardi. Ma perché nel latte sardo c’è sempre meno erba dei propri territori. Un’erba straordinaria che – se avessimo avuto altri politici e altri imprenditori – sarebbe stata valorizzata per quello che è e per la straordinaria biodiversità che racchiude in sé.

Un popolo fiero delle proprie radici, legato così tenacemente alla propria terra non può e non deve perdere il legame con la propria erba, che altro non è che frutto della terra. Non ha senso e non deve essere così. D’ora in avanti guardiamola questa isola umiliata da pochi e largamente asservita ad essi, e impariamo a distinguere i pochissimi produttori e selezionatori che ancora mantengono vivo l’attaccamento non solo alla propria terra ma anche e soprattutto ai propri straordinari pascoli e foraggi. O per meglio dire alle proprie straordinarie essenze vegetali. La qualità è lì, non altrove.

20 giugno 2016