Resistenza Casearia

Fiore Sardo: illegale la royalty richiesta dal consorzio ai pastori?

      C’è in Sardegna un formaggio a latte crudo - da sempre prodotto nel cuore della Barbagia come da millenni - che oltre ad escludere la pastorizzazione prevede la lavorazione “a caldo”. Quel formaggio è il Fiore Sardo: un prodotto che - come per il Bitto storico, oramai denominato Storico Ribelle - è l’orgoglio dei pastori, che hanno respinto ogni idea di compromissione, ogni tentazione a semplificare le cose, prendendo scorciatoie o strade diverse da quella maestra. Il formaggio dei pastori con la schiena diritta, che mai si sono piegati alle infinite avversità che li hanno investiti e che oggi patiscono l’ennesimo tentativo di coercizione dei poteri forti.

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Da Cascia alla Corsica: ''sa paradura'' ai tempi dei social network

Gigi Sanna del gruppo Istentales durante Sa Paradura dei pastori sardi a Cascia nel 2017 - immagine tratta dal video ''Sa paradura 1000 pecore per Cascia'' di Ivo Nanni©Sa paradura, l’antico istituto di solidarietà popolare che trae origini dal codice barbaricino, arriva a noi da tempi immemorabili, e si mantiene vivo anche grazie alla capacità che ha di adattarsi alla mutevolezza della società, dei costumi, dei mezzi di comunicazione. Ce lo fanno capire due storie esemplari, che hanno entrambe al centro la generosità delle comunità pastorali sarde e la disinteressata logica del mutuo soccorso, che ha sempre portato il singolo - e le altre comunità meno fortunate - a non sentirsi mai soli in casi di gravi criticità.

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I 40 anni di ''Adotta una pecora'': auguri in tutte le lingue del mondo

   Il 1977 verrà ricordato come uno degli anni più caldi per la vita politica e sociale dell’Italia moderna. Un anno molto molto contraddittorio, attraversato dalla composita galassia del movimento  studentesco e di quello femminista, le cui istanze vennero poi compromesse da un’escalation terroristica ancor oggi, per molti versi, dai contorni sfocati.

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Borgiallo: il caseificio chiede latte dell’erba agli allevatori

foto dalla pagina Facebook del Caseificio di Borgiallo©Sono quasi due anni che seguiamo con vivo interesse e crescente stima la preziosa divulgazione operata da un gruppo di ricercatori dell’Università di Torino in favore della diffusione di pratiche estensive di allevamento delle vacche da latte. Attività divulgative effettuate per puro volontariato, che a partire dalla fine del regime delle quote latte (1° aprile 2015), stanno offrendo stimoli al tessuto produttivo piemontese, nella speranza di indurre qualche allevatore ad un ritorno all’erba. Un ritorno che può essere dettato dalla concomitanza di vari fattori: la disponibilità di prati, pascoli e/o fieno, la necessità di contenere i costi di produzione, e una qualche reminiscenza di “come si allevavano” le vacche da latte non più tardi di trent’anni fa.

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