
Ancora uno studio scientifico, realizzato stavolta negli Stati Uniti, a cura della Michigan State University, punta il dito sui rischi insiti nelle malattie trasmesse dal latte crudo e dai suoi derivati. Con esso gli studiosi hanno voluto stimare l’incidenza delle malattie sulla popolazione, il loro impatto economico e le tendenze delle normative in vigore nel Paese.
La ricerca, intitolata per l’appunto “The Unseen Risks of Dairyborne Disease: Disease Burden, Economic Impact, and Regulatory Trends in Raw Milk and Cheese…” (trad. Google: “I rischi nascosti delle malattie trasmesse dai latticini: incidenza della malattia, impatto economico e tendenze normative nel settore del latte crudo e dei formaggi…“) ha preso spunto dai database della sorveglianza nazionale operata dai Cdc (Centers for Disease Control and Prevention) giungendo a identificare 239 focolai associati a latte e formaggi a latte crudo nei primi venti anni del secolo in corso (5.483 persone ammalate, 447 ricoverate, 15 morte) attribuiti a quattro importanti agenti patogeni batterici.
Le categorie normative del latte crudo operate a livello statale sono state riviste e confrontate dai ricercatori in base alla frequenza dei focolai e ai modelli di distribuzione sul territorio. Un quadro di costo delle malattie è stato poi utilizzato per quantificare l’impatto sociale ed economico associato al fenomeno.
La ricerca ha fornito interessanti informazioni, inerenti ad esempio l’onere economico stimato per la salute pubblica, stimato in 4,13 miliardi di dollari (3,4 volte maggiore negli Stati che consentono la vendita al dettaglio di latte crudo). Tra i patogeni sono stati valutate le varie specie di Campylobacter, che hanno dominato i focolai legati al latte, rappresentando il 74 % dei casi stimati, quasi sempre nel latte crudo. Nel formaggio la gran parte delle malattie e originata da Salmonella e dai suddetti Campylobacter, mentre la Listeria monocytogenes ha causato meno malattie ma il più alto impatto economico per caso, a causa dei più elevati tassi di ospedalizzazione e mortalità.
Un discorso a parte, spiegano i ricercatori, lo merita “la situazione di neonati e bambini piccoli, particolarmente vulnerabili ad agenti patogeni come la Salmonella (circa un terzo delle infezioni registrate) e l’Escherichia coli (un quarto delle infezioni) produttrice di tossina Shiga”.
In totale, il latte crudo ha rappresentato il 91,5% dei ricoveri legati al latte e il 55,1% delle malattie; gli Stati che ne consentono la vendita al dettaglio registrano un tasso di focolai di 4,04 volte superiore rispetto agli Stati che ne vietano la vendita al dettaglio. Per i consumatori di prodotti a latte crudo il rischio di contrarre malattie è circa 29 volte superiore rispetto a chi consumi prodotti da latte pastorizzato, mentre quelli di ospedalizzazione e morte sono rispettivamente 75 e 14 volte maggiori.
I risultati raggiunti hanno rivelato poi che tali malattie risultano “sproporzionate” e che “l’onere economico associato al consumo di latte crudo e latticini a latte crudo (pari a 4 miliardi di dollari in venti anni, nda) evidenziano la necessità di una sorveglianza rafforzata e di una regolamentazione armonizzata negli Stati Uniti”. “Sebbene questa revisione abbia quantificato principalmente rischi batterici specifici”, concludono i ricercatori, “le potenziali minacce virali nei sistemi lattiero-caseari non dovrebbero essere trascurate nelle discussioni in corso sulla sicurezza alimentare”.
30 marzo 2026
Per maggiori dettagli, lo studio è disponibile qui: “The Unseen Risks of Dairyborne Disease: Disease Burden, Economic Impact, and Regulatory Trends in Raw Milk and Cheese…” (trad. Google: “I rischi nascosti delle malattie trasmesse dai latticini: incidenza della malattia, impatto economico e tendenze normative nel settore del latte crudo e dei formaggi…“)









